30 maggio // L’alterità e il paesaggio

Martedì 30 maggio, ore 20.30
L’alterità e il paesaggio
I film di Marco G. Ferrari

MARCO

Il nostro collegamento con l’un l’altro e con la natura cresce sempre più fragile alla luce delle preoccupazioni e delle tensioni sociali e ambientali che aumentano di giorno in giorno. Potrebbe essere che il processo di creazione ed esibizione dell’immagine cinematografica possa procurare un mezzo per una comprensione più approfondita e, dunque, un riavvicinamento al mondo che ci circonda? Marco G. Ferrari presenterà una sequenza di film sperimentali e un work-in-progress, lavori che si agganciano all’idea paradossale di rappresentare la diversità e al contempo il desiderio che questa differenza scompaia.

Programmazione:
– Ferragosto. Italia 2013. Durata 6’. (esterno, ciclo continuo)
– Velodrome. USA 2012. Durata 4’.
– D(z)iga. Svizzera 2012. Durata 4’.
– Resti. USA 2014. Durata 11’.
– Skyway. USA 2013. Durata 23’.
– Spirit Level. India 2016–17. Durata 31’.
– Spazio comune (lavoro in corso). Italia 2017. Durata 10’.

Ferragosto – Italia 2013. Durata 6’ (esterno, ciclo continuo)
Ero consapevole delle implicazioni dovute alla mia presenza come regista presso l’isola del Giglio, nel mar Mediterraneo, dove i turisti italiani vanno in vacanza e dove più di recente si recano per fotografare i resti di un evento di dimensioni “globali”. A mio avviso, il relitto depositato sulla costa di fronte a persone che continuano la propria vacanza simboleggiava molte tensioni sociali e politiche presenti in quel momento in Italia. Da un punto di vista più generale, volevo esprimere un mio commento sul bisogno eccessivo che abbiamo di creare immagini e le contraddizioni insite nel mio modo di documentare.

Velodrome – USA 2012. Durata 4’
Volevo esplorare la materialità dell’immagine digitale. Ho posizionato la videocamera su
una bici che gira nella pista di un velodromo. Ciò che inizialmente mi ha attratto della pista è stata la velocità, il colore e la forma del movimento. Nel segmentare l’immagine al computer, sono riuscito a fermare il tempo pur mantenendo un movimento in avanti: connettere e tagliare, collage vs montaggio, spaziale vs parallelo sono tutte tecniche di editing che vengono messe in luce e giustapposte. L’immagine non è una cellula che, se allineata con un’altra con moto lineare crea una nuova immagine, ma al contrario un’immagine è frammentata da tagli orizzontali della stessa immagine. È il movimento e l’immobilità di un’inquadratura che si piega su se stessa che compone una dualità mutevole––frammentazione e interconnessione di un posto all’interno di momenti di tempo compressi ed espansi.

Resti – USA 2014. Durata 11’ (musica composta da Fransisco Trigueros, eseguita dal complesso musicale Looptail)
Nel corso degli anni, con l’abbassamento del livello dell’acqua nel lago Michigan, è affiorato un relitto sul lungolago di Chicago. Ho filmato questo oggetto, mentre le condizioni attorno ad esso cambiavano. “Resti” contiene sovrapposizioni digitali prodotte dall’avvicinare e allontanare la linea dell’orizzonte, dove l’immagine sembra fissa pur essendo in costante movimento. Filmato nell’arco di vari inverni, il materiale è ridotto a una serie di frammenti visivi.

Newport – USA 2014–17. Durata 8’ (musica composta da Marcelle Pierson)
Nel film “Newport” una donna si trova sola in un appartamento osservando dalle finestre il relitto di una barca, ma in realtà interrogando se stessa. Questi due film, “Resti” e “Newport”, fanno parte di un progetto più ampio che esplora l’origine del processo di individuazione (Jung). Dello stesso progetto fanno parte il film “Nacelle” (2013–15, 35’) e un nuovo lavoro che sto montando basato su l la tragedia greca “Filott e te” di Sofocle.

Spirit Level – India 2016–17. Durata 32’
Guardando tramite una lente turistica, “Spirit Level” cerca le particolarità di cosa fa un
luogo sacro e presenta gli artefatti di un vulnerabile stato di essere. Girato a Jaipur, Nuova Delhi e Koliyak, India durante l’autunno del 2015, ho documentato tre luoghi che contengano o promuovono siti sacri. I luoghi filmati sono interconnesse tramite la sostanza dell’acqua: quella filtrata nella piscina di un albergo di lusso a Jaipur; l’acqua accumulata del pozzo a gradini di Hazrat Nizamuddin ki Baoli a Nuovo Delhi; e l’acqua che si sposta nell’alta e bassa marea del golfo di Khambhat, dove il tempio di Nishkalank Mahadev è situato un chilometro dalla riva, visitabile solo durante la bassa marea.

Spazio Comune (lavori in corso) – Italia 2017. Durata 42’
“Spazio Comune” è il risultato di un lavoro ancora in fier i per lasciare traccia dell’apertura transitoria del Nuovo Cinema Aquila (Pigneto, Roma) del tavolo partecipato auto-organizzato di programmazione e del gruppo di coordinamento delle realtà territoriali SCCA (Spazio Comune Cinema Aquila).

Marco G. Ferrari è un artista e regista Italo-Americano che per l’anno vive al Pigneto e insegna cinema a John Cabot University. Realizza film, installazioni artistiche, immagini digitali, musica e performance con proiezioni di video, che esplorarono i rapporti con il luogo e il tempo, per indagare come l’identità venga costruita attraverso tensioni derivanti dai nostri legami o dall’assenza di connessioni con gli ambienti edificati e naturali. Spesso individua paesaggi culturali che sono stati segnati dal vuoto, e li tratta come agenti all’interno di un contesto sociale, con una storia complessa. Adopera questi luoghi come se fossero personaggi e registra rapporti fra di essi, con le persone, le strutture e gli elementi naturali con cui interagiscono. Mescolando tecniche proprie dei documentari e dei film di finzione, l’opera di Ferrari proietta narrazioni esterne di assenza e presenza per suscitare una narrazione interna di alienazione. La tensione fra queste narrazioni solleva interrogativi riguardanti la struttura della cultura e la natura del pensiero, e mette in luce le qualità di un’esperienza comune. Allo stesso tempo, queste opere danno spazio a qualcosa di misterioso. Questa tensione narrativa, prodotta attraverso l’uso poetico della macchina da presa, le composizioni ridotte al minimo e le proiezioni video all’interno di contesti diversi a livello di spazio, produce un’esperienza al contempo meditativa e straniante, ma in ultima analisi umana. Nel sostenere un “cinema di imperfezione” che rivela la materialità dell’immagine, l’opera di Ferrari si prefigge di andare oltre la realtà percepita come evidente per approdare a un luogo di plasticità visiva e di sublime esperienza emozionale.

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